Catania da mangiare
 
 
Nei primi decenni dell'800, quando un figlio partiva dalla propria terra a cercar fortuna, le notizie erano rade. E così, quando la città di Catania si distaccò dal suo figlio prediletto, Vincenzo Bellini, affinché egli potesse rendere giustizia al proprio talento, poche note si sentivano di ritorno e solo grazie a qualche lettera personale. Era certamente quasi estate quando, nel 1831, arrivava la notizia del crescente successo della nuova opera: “Norma”. Dovette essere così che un altro figlio, che noi tutti sconosciamo, commemorò l'evento con ciò che di meglio in quel momento la terra offriva. Dolci pomodori ormai maturi, melanzane da friggere per conferire un sapore più deciso, il miglior basilico, per ricordare sempre l'odore del sole e poi…il genio. Così come la soave melodia dell'opera sposava di un amore mirabile e combattuto la complessa struttura armonica, allo stesso modo, la ricotta salata cospargeva la pietanza per un armonia preziosa e perfetta nei contrasti. Era nata "La pasta alla Norma".
 
       
  Sin dalla fine del ‘600, o almeno da questa data si ha notizia, ogni buon marinaio usava ordinare alla taverna del porto la solita “caponata” accompagnata da un vino potente. Ma come può immaginarsi, oggi, una caponata fatta col pesce? Eppure così era. Un siciliano gusta, assapora, odora, cos’altro dovrebbe chiedersi. Caponata. Perché è il capone, altrimenti detto gallinella di mare, che nei nostri mari, da sempre, la fa da padrone. E allora il taverniere lo inzuppava con acqua, sale, olio, aceto e non mancava mai quel pizzico di zucchero che gli arabi ci lasciarono in dotazione per ogni piatto. Ed è questo magnifico equilibrio dei sensi, l’agrodolce, che dà il vero senso alla caponata. Anche quando arriva nelle campagne, quando il pesce scarseggia e i prodotti dell’orto sono meno costosi, anche quando dalla lontana India arrivano le melanzane. L’incontro sublime tra l’agro e il dolce, questo è il fondamento. Imperante, insieme ad un’altra legge, stavolta moderna: ogni elemento - melanzane, pomodori, cipolla (se c’è) - va soffritto per conto proprio, nell’intimo della propria solitudine, per poi unirsi agli altri in un esplosione di gusto.  
       
 
Nell'harem di Kalt El Nissa (castello di Caltanisetta), le concubine erano donne del luogo. Considerata la nota "focosità" delle donne siciliane, esse erano troppe per un solo uomo. Di tempo ne avevano in eccesso. Sarà stato per noia, per nostalgia o per allegrezza che giocando con i nuovi ingredienti, da poco conosciuti: canna da zucchero, cannella, frutta caramellata, inventarono, a quel tempo,
ciò che tempo non ha più avuto. Il Cannolo Siciliano.
La forma che allora simulava la banana, uno degli ingredienti originali, la dice lunga su ciò che davvero voleva esser simulato. Ed ora come allora chi non crede nella forza erotica di questo croccante dolciume, non lo ha mai visto, non lo ha mai assaggiato.

 
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